Rassegna sull’immagine dell’Italia sulla stampa estera

La vicenda dell’assegnazione dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ad Amsterdam anziché a Milano ha suscitato in Italia molti commenti e polemiche. Alcuni di questi si sono concentrati sui “tradimenti” al momento del voto di alcuni Paesi, fra cui Germania e Spagna. Altri hanno riguardato presunti errori diplomatici durante la preparazione al voto e in generale lo scarso peso italiano in Europa.

Due recenti articoli della Sueddeutsche Zeitung e di El Paìs ci mostrano ancora una volta che spesso la percezione del nostro Paese all’estero è diversa da come crediamo o quantomeno molto più articolata.
Perciò è fondamentale un’analisi approfondita e continua della stampa estera, di cui qui illustriamo alcuni esempi, che permette di riflettere sugli altri punti di vista senza finire nell’autoreferenzialità e nel disfattismo.

Il peso italiano in Europa è scarso?

L’Italia è ignorata in Europa? Niente di più falso dal punto di vista di Madrid. Il giornalista del quotidiano spagnolo (ma di nascita italiana) Andrea Rizzi sottolinea l’inferiorità “dolorosa” della Spagna di fronte all’abilità di Italia e Portogallo nel conquistare posti internazionali. Mentre quest’ultimo vanta il segretariato generale dell’ONU e la presidenza dell’Eurogruppo, l’Italia ha “quattro posti in primissima fila sulla scena europea”: la presidenza della BCE con Draghi, quella dell’Autorità bancaria europea con Enria e del Parlamento europeo con Tajani e la rappresentanza dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza con Federica Mogherini.

Secondo Rizzi i vantaggi dell’Italia (PIL e numero di abitanti maggiori, storia democratica più lunga e presenza fra i membri fondatori della CEE) non sono sufficienti a giustificare un tale divario di prestigio a Bruxelles fra i due Paesi.
Roma avrebbe inoltre una serie di punti deboli: la cronica instabilità di governo (6 presidenti del Consiglio spagnoli contro 18 italiani nello stesso periodo); una “ibernazione economica” da almeno due decenni, che non lascia intravvedere segni di rinnovata vitalità come in Spagna; l’assenza di legami storici e linguistici con una gran parte del mondo come nel caso latinoamericano; limiti sui diritti civili, di cui la Spagna è stata invece portabandiera.

Allora che cosa determina il considerevole peso italiano in Europa? Qualcosa che mai leggeremmo sulla stampa italiana:

In termini geopolitici l’Italia ha saputo mantenersi in posizione più centrale e con una maggiore aura di indipendenza. Con la relativa eccezione della fase berlusconiana, l’Italia ha giocato con una certa intelligenza sulla scena internazionale, assumendo una certa equidistanza di fronte all’asse franco-tedesco e mantenendo intatta la fiducia di Washington. […]
In termini politico-culturali l’Italia sembra aver prodotto un flusso maggiore della Spagna di dirigenti con profilo adeguato alla scena europea. […] Numerosi sono i dirigenti che si sono guadagnati ampio rispetto in Europa […]: Monti, Prodi, Bonino, Letta, Napolitano, Ciampi.
Fra le cause di questa costante produzione di dirigenti influenti forse gioca un ruolo un sistema educativo che è molto lontano dall’essere ideale, ma tende a conferire un imprimatur umanistico alle sue menti migliori.”

L’Italia è molto più forte di quanto tanti sostengono

peso italiano in Europa - citazione

Questo è il titolo dell’articolo di Ulrike Sauer sulla Sueddeutsche Zeitung. Come l’articolo precedente, mostra l’Italia sotto una luce diversa da quella che tanti si aspetterebbero (e che la stampa tedesca spesso sceglie).

Nonostante l’iniziale citazione di Goethe e l’omaggio a Vacanze romane nella foto d’apertura, la giornalista si allontana subito dai luoghi comuni e richiami alla cultura popolare che spesso troviamo nella stampa estera sull’Italia.
Si allontana anche esplicitamente dalle immagini dipinte da vari suoi collegi tedeschi, che profetizzano addirittura la sparizione dell’industria italiana. Si tratta secondo lei di una descrizione “arrogante, falsa e rischiosa” del nostro Paese.
Il motivo è presto spiegato: è un ritornello funzionale alla lotta di potere per affermare gli interessi nazionali nella futura organizzazione dell’Europa. Prepara il terreno al rifiuto di una maggiore integrazione economica, che sarebbe impossibile con Paesi sempre più divergenti fra loro e divisi fra cicale e formiche.

Di fronte alle narrazioni catastrofiche della stampa tedesca, a ottobre 2017 Standard & Poor’s ha aumentato il rating dell’Italia per la prima volta dal 1988. Come mai?

Nel 2015 l’Italia era distrutta “come dopo una guerra”: produzione industriale ridotta del 17%, perdita di 1/6 della capacità produttiva, diminuzione di 1/3 degli investimenti delle imprese e dell’8% della spesa procapite, un milione di posti di lavoro persi in 7 anni di crisi.

La giornalista si chiede:

Non si deve meravigliarsi che l’Italia non ne sia stata distrutta? Cosa sarebbe successo in Germania? A Berlino – con la piena occupazione e una buona congiuntura – è sceso in piazza quasi un migliaio di estremisti di destra.

I limiti dell’economia italiana non vengono ignorati, in particolare la predominanza di minuscole imprese a conduzione familiare e la separazione a livello di sviluppo fra nord e sud:

La capitale decaduta Roma guarda inerte l’esodo delle aziende. Allo stesso tempo la Milano cool mostra un’incredibile energia e un impetuoso slancio di rinnovamento.

Tuttavia si sottolinea che non si può paragonarla alla Grecia. L’Italia è il secondo produttore industriale d’Europa e il terzo Paese UE per surplus commerciale. Nel 2017 le sue esportazioni hanno raggiunto il livello massimo nella storia.
Non senza ironia la giornalista aggiunge che il Made in Italy è garanzia di qualità sui mercati mondiali “come, pardon, il Made in Germany” e che nei circoli accademici c’è incredulità rispetto alla “strana capacità concorrenziale dell’Italia.”

Però i dati parlano chiaro. La concorrenzialità delle regioni del nord Italia è poco diversa da quella della Baviera o del Baden Wuerttemberg. Le economie dei due Paesi sono strettamente legate, così come il settore finanziario: l’Italia è il primo mercato estero per Deutsche Bank e la Germania lo è per Unicredit.

L’idea di una cacciata dall’Euro è folle. La gente sa di cosa parla?

Il contributo italiano alla UE

E per quanto riguarda il peso italiano in Europa?
L’Italia è il terzo contributore netto dell’area Euro. Nel 2016 ha pagato 2,3 miliardi in più di quanti ne ha ricevuti.
Durante la crisi del debito del 2011 ha contribuito al salvataggio della Grecia nonostante rischiasse essa stessa il fallimento. Con i suoi soldi ha salvato solo l’Euro, non anche i suoi istituti di credito come la Germania.
Quando Angela Merkel nel 2015 ha fatto un accordo con Erdogan per bloccare la via per la Germania ai rifugiati, l’Italia ha pagato a sua parte e poi ha continuato a ricevere sulle sue coste l’80% di tutti i rifugiati che arrivano in Europa.
Perciò la giornalista si chiede:

Quindi chi vive sulle spalle di chi?

Come Ulrike Sauer scrive, i contrasti italo-tedeschi sono all’ordine del giorno dall’inizio della crisi dell’Euro. Il suo articolo ha il merito di andare oltre la retorica e di offrire un’immagine dell’Italia sulla stampa tedesca diversa dall’usuale.

Gli articoli citati
El Paìs
Sueddeutsche Zeitung

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