Simon Anholt è un esperto di livello mondiale di nation branding, creatore della classifica internazionale Nation Brand Index.


In soli 10 minuti di intervista condensa una serie di valutazioni molto interessanti sull’immagine dell’Italia.
Le possiamo riassumere così: l’immagine di un Paese è fatta di stereotipi ma nessun governo può mutarla deliberatamente. Ciò che si può fare è avere una strategia globale e aumentare il coordinamento fra gli attori coinvolti, ricordando di non puntare sugli aspetti su cui siamo già forti, ma su quelli su cui siamo più deboli.
La frase al tempo stesso più interessante e preoccupante per gli italiani, che si rammaricano della negativa immagine dell’Italia, è

la cosa migliore che avete è la vostra immagine, che è un complimento un po’…

Cos’è il Nation Brand Index

L’indice internazionale misura 6 parametri:
– Governo
– Prodotti
– Investimenti e immigrazione
– Turismo
– Cultura e patrimonio
– Popolazione

Anholt ammette chiaramente che il suo è un indice di stereotipi, di ignoranza a volte, ma sottolinea che è importante sapere cosa pensa la gente, anche se ciò non è basato sulla realtà.

Non si deve dimenticare che c’è un grosso ritardo fra la verità e l’immagine di un Paese. Secondo Anholt l’Italia ne trae beneficio, perché ha un’immagine molto positiva guadagnata negli ultimi 500-600. Da qui la sua affermazione sull’immagine che sarebbe il meglio che ha l’italia, poiché migliore della sua realtà attuale.

L’immagine positiva e negativa dell’Italia

Anholt conferma che l’Italia è un Paese straordinariamente desiderato. Ciò è dimostrato dalla sua posizione molto alta sugli indicatori “soft” dell’indice, cioè gli ultimi 3: cultura, storia, cibo, persone… insomma tutto ciò che è riconducibile al Belpaese.

Il problema fondamentale dell’Italia a livello di immagine è che è molto debole dal lato hard: economia, industria, politica non vengono considerate.
Ciò che stupisce è che le grandi marche italiane, soprattutto nei settori più soft come il cibo e la moda, hanno un’ottima reputazione, ma questa non si conferma se si comincia a indagare più in profondità rispetto all’immagine di marca. Se si chiede, per esempio, se i prodotti di quei marchi sono fabbricati in Italia, la gente risponde “no, non credo.”
L’idea che in Italia si possa fare qualcosa di solido, di robusto e soprattutto di tecnologico non c’è.

I consigli di Anholt per la promozione dell’immagine dell’Italia

Anholt afferma che anche per i Paesi è valido ciò che è noto per le persone: l’alternativa a gestire la tua immagine non è non gestire la tua immagine, ma lasciar gestire l’immagine da qualcun altro.
Se non la gestisci tu, la gestirà sicuramente o l’opinione pubblica internazionale, che secondo Anholt “ha un’età mentale di circa 6 anni ed è ignorante”, o magari qualche governo straniero.

Questo è il motivo per cui è stato consulente di una quarantina di governi (fra cui Cile, Finlandia, isole Far Oer, Islanda, Lettonia). Tutti questi Paesi hanno deciso di creare delle strutture per gestire meglio la loro immagine nazionale.

Con l’Italia Anholt non ha mai avuto contatti istituzionali, nonostante parli anche perfettamente la nostra lingua.
Tuttavia in questa intervista offre alcuni suggerimenti al nostro governo.

1) Bisogna vedere quello che c’è già nell’immagine dell’Italia e lasciarlo un po’ stare, perché comunque non se ne va. L’idea che l’Italia è il Belpaese permane, perciò non è necessario insistere.

2) “Sì, la storia è importante, ma in fin dei conti tra i vostri consumatori, per così dire, quelli che si interessano della storia sono gli storici, che sono lo 0,000001 % del vostro bersaglio.” Con questa affermazione deliberatamente provocatoria Anholt invita a non dimenticare un classico principio del marketing: il consumatore si chiede “cosa ci guadagno io?”. Bisogna perciò offrirgli qualcosa di rilevante.

3) Coordinamento: un Paese grande e benestante come l’Italia tende a diffondere messaggi molto frammentati: c’è l’ente del turismo che dice una cosa, c’è il governo che sembra dirne un’altra, ci sono le ditte che dicono un’altra cosa completamente. Bisogna creare una strategia di base, una visione del futuro del Paese, cercare di creare un po’ di accordo fra popolo, industria, governo su questa visione e andarci.

Cercate di sintonizzare tutti i settori intorno a questa narrativa di base, se no non andrete da nessuna parte.

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