Al meeting di Rimini 2016 della Compagnia delle opere è stato dedicato un evento particolare al tema del Brand Italia come elemento significativo della competitività dell’industria italiana. Introdotto da Bernhard Scholz, consulente e formatore manageriale tedesco, è intervenuto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria dal 25 maggio 2016.

Durante il colloquio, registrato nel video qui sopra, Boccia e Scholz si sono soffermati su due temi principali:
– la visione di Confindustria sulla politica economica necessaria per l’Italia e l’Europa;
– la responsabilità di Confindustria e di tutti gli altri attori – governo, corpi intermedi, cittadini – per lo sviluppo del nostro Paese.

Alcune citazioni dalle parole di Boccia sono particolarmente rilevanti. Si prestano a confrontare la sua posizione con quelle di Simon Anholt sull’immagine dell’Italia e di The European House Ambrosetti sull’attrattività del sistema-Paese misurata attraverso la sua nuova classifica internazionale Global Attractiveness Index.

 

 

La competitività dell’industria italiana

La grande questione dell’industria italiana è aver compreso che bisognava essere eccellenti in ogni funzione aziendale (finanza, marketing e produzione) e non solo in una di queste funzioni, che è la storia dell’industria italiana.
La storia dell’industria italiana fino agli anni ’90 ci dice che se eri bravo nella funzione produttiva eri competitivo, oggi devi essere bravo in ogni funzione aziendale, da produttori a impresa-istituzione, che è un passo culturale sostanziale e non semplice, non marginale, ma è la grande sfida che il Paese ha davanti.
Se è vero, come è vero, che fare bene un prodotto non è più una variabile di competitività, ma è la pre-condizione per entrare in un mercato, la partita è su altri fronti.
Impresa istituzione è un’impresa in cui c’è una differenza di ruoli tra azionisti, manager, lavoratori, c’è una convergenza di risultato, c’è una dimensione di collaborazione per la competitività. Non è facile in un Paese in cui ci hanno raccontato che il conflitto era la soluzione.

 

L’impatto di ansietà e assuefazione sulla competitività del sistema-Paese

Dobbiamo rimuovere un’altra importante questione che non è economica ma che impatta sull’economia molto di più di quelle che sono le scelte economiche: si chiama ansietà e nel Mezzogiorno è ancora peggio, si chiama assuefazione. Ansietà e assuefazione sono i grandi problemi che un Paese ha. Da una parte, il rischio dell’incertezza, dall’altra parte, che lo facciamo a fare? Tanto nulla cambierà, e quindi l’assuefazione entra nella testa di un popolo e in quel momento il declino è alle porte.

 

Il senso di responsabilità nazionale per aumentare la competitività del sistema-Paese

Quando si parla di responsabilità in Italia, è sempre rivolta all’altro e mai a te stesso. Allora, parliamo anche della nostra e accettiamo di prendere il pezzo che riguarda noi, ma pretendiamo la responsabilità di tutti, perché la crescita di un Paese non è solo una questione economica o della politica, è una questione di tutti i cittadini del Paese e anche dei corpi intermedi.

Ieri, due amici mi hanno mandato un proverbio cinese che dice: quando piove lo stolto impreca Dio e l’intelligente apre l’ombrello. Ecco, se quando piove, invece che prendercela con gli altri ci guardiamo allo specchio e vediamo che la causa è anche di fronte a noi, forse apriamo l’ombrello invece di prendercela con qualcun altro.

 

Competitività dell’industria italiana e competitività del sistema-Paese

Qualche anno fa, se chiedevi ad un imprenditore nostro associato: “qual è la prima cosa che pensi la mattina, quando entri in azienda?”, lui ti avrebbe risposto: “come sarà la mia impresa fra qualche anno”. Oggi, se chiediamo ai nostri colleghi: “qual è la prima cosa che pensi quando entri in azienda?”, la risposta, nell’80-90% dei casi, è “come sarà il mio Paese fra qualche anno.”
Significa due cose. La prima, una consapevolezza culturale alta; la seconda, una consapevolezza che questa volta da soli possiamo fare tanto ma non abbastanza.
Non c’è solo una questione culturale larga, mettiamola così. C’è una questione economica. Io posso essere fortissimo dentro i cancelli della mia fabbrica ma quando esco, se comincio ad avere dei deficit di competitività, perdo pezzi, e se è un altro Paese rispetto al mio, più avanti di me, evidentemente quei pezzi che perdo hanno un punto di caduta per cui non riesco più a recuperarli.

 

Una forte competitività dell’industria italiana nonostante gli handicap

Ma siccome le cose semplici in questo Paese non hanno grande valore, perché hanno valore le cose semplici che hai reso complicate […] Tutte queste complicazioni fanno dell’Italia il Paese con il più alto livello di qualità degli imprenditori del mondo. Faccio solo una riflessione e la metto in positivo […]
Rispetto alla Germania, siamo il secondo Paese industriale d’Europa, ma un’impresa italiana rispetto ad un’impresa tedesca paga il 30% di costi di energia in più, il 20% di global tax in più e ha un costo di lavoro per unità di prodotto per il 30% maggiore della Germania.
Se siamo al secondo posto con questi handicap, pensa se ce ne tolgono qualcuno che cosa possiamo diventare. È chiaro che quando noi andiamo all’estero siamo i migliori del mondo. […] Se partiamo dalle criticità e andiamo sulle potenzialità, ce la possiamo fare.

 

Il contributo dei cittadini alla competitività dell’industria italiana

Trasformare la rabbia in passione: invece di arrabbiarti quando le cose non vanno bene, ci metti la passione e cerchi di trovare una soluzione; invece di constatare il problema e dare la colpa agli altri, tanto il problema non è mio…
Perché non siamo dei turisti, siamo dei cittadini. Io mi arrabbio molto quando ascolto qualche amico che parla degli italiani, come se lui non capisse da quale Paese viene. Però aveva ragione Enzo Biagi, in un bellissimo libro che si intitolava Gli italiani: non è una cittadinanza, è una professione. Questi sono rimasti professionisti, lasciamo stare, vanno combattuti perché sono un problema. Io lavoro per gli italiani cittadini.

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